
ProArch Intersezioni 04
Spazio ed energia
A cura di Alessandra Capuano
Il numero intende indagare le relazioni tra energia e spazio e come queste relazioni hanno influenzato le strategie contemporanee della
progettazione architettonica, urbana e del paesaggio. La grande accelerazione che sta subendo il riassetto degli equilibri mondiali con le guerre in Europa e in Medio Oriente nell’era della seconda presidenza Trump e dell’affermazione di un capitalismo tecnologico-industriale
governato da pochi, ci racconta di nuovi conflitti tra stati per l’accaparramento di territori ricchi di risorse naturali, sempre più
ridotte a causa del riscaldamento globale e dell’elevata crescita demografica. Nel contesto postbellico della Seconda guerra mondiale, Richard Buckminster Fuller pubblicava Operational Manual for Spaceship Earth, istruzioni d’uso per amministrare le scarse risorse energetiche e materiali della Terra alla luce delle catastrofi ambientali determinate dalla Guerra fredda e dai test nucleari. Anche la Walking City di Ron Herron era una città intelligente, una macchina per abitare nomade concepita per un mondo in cui bisogna difendersi dal conflitto
nucleare. Al contrario, l’ottimismo della prosperità degli anni Sessanta, che conviveva con i timori originati dalle guerre, suggeriva la costruzione di una città fondata sul controllo ambientale totale. Plug-In City di Peter Cook proponeva un’analogia formale tra sistema elettrico e città, presentando macrostrutture a cui era possibile attaccare a piacimento cellule abitative costruite industrialmente. La nuova consapevolezza imposta agli architetti dalla crisi energetica del 1973 ha condotto alla revisione dei sistemi tecnologici per ottimizzare le prestazioni ambientali
degli edifici, ma soprattutto ha introdotto un cambio di rotta che ha portato innovazioni architettoniche e nuove forme dell’abitare. Se da un lato tutte le maggiori architetture contemporanee affrontano l’efficienza
energetica, ormai considerata un obbligo nella costruzione di un edificio, dall’altro il concetto di sostenibilità ha portato a rivalutare le forme tradizionali dell’abitare. Architetti come Hassan Fathy in Egitto, Paolo Soleri negli Stati Uniti e Glenn Murcutt in Australia hanno approfondito l’influenza del clima sull’architettura, utilizzando materiali semplici
e morfologie desunte dalle tradizioni popolari. Tuttavia, il ruolo che assume la forma architettonica per affrontare la tecnologia è da sempre poco considerato nella storiografia e nella critica disciplinare. L’unico ad averne capito l’importanza è stato Reyner Banham, che, infatti, nel libro Architecture of the Well Tempered Environment si riferì a numerosi
esempi di edifici noti, dimostrando che questi avevano utilizzato gli impianti tecnologici come occasione di ridefinizione dello spazio e del
linguaggio architettonico: il Larkin Building di Frank Lloyd Wright, le prime case di Richard Neutra e Rudolf Schindler, la Rinascente di
Franco Albini, per citarne solo alcuni. Oggi, la triade energia, economia e ambiente è in prima linea tra le preoccupazioni della società, ma il paradigma tecnologico predominante tende a spostare sulle soluzioni
tecniche le risposte di carattere culturale che hanno implicazioni sul linguaggio.
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Invio Paper: 16 luglio 2025
